Da sinistra, Luigi Cocumazzo, Alessio D’Amato, Giorgio Santonocito

di TOMMASO VERGA
FORSE C’E’ UNA RAGIONE SE L’INAPPUNTABILE “ufficio stampa” non ha emesso comunicati (anche se, è la consuetudine, in simili circostanze si prediligono i «proclami»). Ignoto il motivo che ha condotto a non annunciare il semiconclusivo varo dello «studio di fattibilità» da parte di chi, come l’Azienda sanitaria Rm5, della comunicazione fa uno dei compiti pressoché quotidiani tra le attività istituzionali. Incuriositi più che interdetti: cosa sarà successo?
Una domanda senza risposta. Che però troverebbe ristoro proprio nei contenuti dello studio-progetto redatto da «Ingegneria naturale» dell’ingegner Ferdinando Ferone. Approfondendo i temi proposti dal fascicoletto (la determinazione della direzione della Roma5 «pesa» 64 pagine) ci si è accorti che un vincolo (al momento) è insuperabile: per costruire il Policlinico tiburtino occorrono 8 anni. Stando invece alle regole dell’ente che deve anticipare la somma necessaria, non si può andare oltre i cinque. Firmato, “Recovery Fund”. In alternativa, i 191 milioni di € calcolati nello «studio di fattibilità», li dovrà sborsare direttamente la Regione Lazio. Conclusione quantomeno fantasiosa. Di qui la necessità della stazione appaltante – la direzione generale della Roma 5 – di riesaminare il progetto e provvedere alla (complicatissima si presume) riduzione dei tempi.
Un «taglio» che potrebbe aver richiesto la ricollocazione dello «studio di fattibilità» del Policlinico tiburtino nelle schede di progetto risalenti al 29 dicembre, allegate alla bozza di «Recovery Plan», tutte recanti date di inizio e di utilizzo delle opere da finanziare.
Perché la differenza tra passato e presente-futuro è che la normativa introdotta dalla formula «Recovery Plan» non si arresta alla dichiarazione formale, a una previsione di fine-lavori – come gli otto anni per il Policlinico tiburtino – ma aggancia il finanziamento alla effettiva messa in attività dell’opera. Se si richiedono soldi per un ospedale, entro cinque anni le sale operatorie debbono essere attive (o una strada percorsa dal traffico o gli studenti entrare in una scuola). Saltare i tempi del layout fissato potrebbe tradursi nella revoca del finanziamento.
Stando a Roberto Gualtieri, ex ministro dell’Economia, l’Italia dovrebbe indirizzare alla Salute circa 15 miliardi di fondi europei: 63 per nuovi ospedali mentre ne verrebbero ristrutturati altri 170 (totale 5,5 mld); 5 miliardi per potenziare le Case della Comunità e lo sviluppo dell’assistenza domiciliare. Infine, altri 4 miliardi per la digitalizzazione di cui la metà per l’ammodernamento tecnologico dei nosocomi.

La durata di otto anni non rappresenta l’unica questione sollevata dallo «studio di fattibilità» del Policlinico tiburtino. Una differenza, non di poco «conto», riguarda i costi, i 191 milioni di € in preventivo contro i 76 – va precisato che l’opera non prevede l’acquisto del terreno – annunciati inizialmente da Alessio D’Amato, assessore alla Sanità del Lazio e ribaditi dal medesimo a metà giugno 2019 in un riepilogo dell’investimento complessivo nella sanità regionale: «Quasi 500 milioni di euro, questo è quanto la Regione intende investire per gli ospedali del Lazio – dichiarò in un comunicato-stampa Alessio

Roberto Gualtieri

D’Amato –, con azioni importanti nell’edilizia ospedaliera tra l’ammodernamento del Grassi a Ostia (55 milioni di euro), il potenziamento dell’Ifo a Roma (24 milioni), il nuovo ospedale di Rieti (189 milioni di euro), la ristrutturazione di quello di Sora (17 milioni) insieme ad altri interventi in quel distretto per circa altri 13 milioni. Oppure la realizzazione dell’Hospice all’Ifo Regina Elena San Gallicano (10 milioni) e la costruzione del nuovo ospedale nel sud Pontino (75 milioni). Ed infine – la conclusione dell’assessore – la costruzione del nuovo grande e innovativo Policlinico Tiburtino, un investimento di più di 76 milioni di euro, che sorgerà a Tivoli». All’estrema periferia della città per la precisione.
Localizzazione giustamente immaginata “strategica” per il direttore generale della Asl Roma5 Giorgio Santonocito, perché: «il nuovo ospedale sarà il punto di riferimento del vastissimo territorio provinciale a est di Roma e nasce per dare una risposta equilibrata al fabbisogno di salute. Il progetto sarà improntato ai concetti fondamentali di flessibilità ed umanizzazione. Sarà un ospedale ecosostenibile, flessibile, in grado di affrontare le sfide che oggi con drammaticità stanno investendo la Sanità mondiale».
Come dire che – in virtù dell’ammodernamento della ferrovia metropolitana FL2 –, a usufruire del Policlinico tiburtino saranno i residenti di larghissima parte della periferia romana, da Case Rosse, a Salone, Lunghezza, Corcolle, non escludendo Quarticciolo e Tor Sapienza per un verso, Tor Bella e San Basilio dall’altro. Per la prima volta i conti dell’azienda sanitaria non dovrebbero contabilizzare le uscite della mobilità passiva, verso strutture sanitarie della capitale, ma il contrario.