Gianmario Baruchello

Gianmario Baruchello

di TOMMASO VERGA

Ecoballa, parola composta, della quale ognuno prende la parte da utilizzare al momento. Alternativamente. Dipende se è maggioranza oppure opposizione. Avanti così, da decenni. Più nel dettaglio: da sempre. Da quando (1983 se la memoria non falla), Giuseppe Renato Croce, pretore di Tivoli, P2, consegnò le chiavi della discarica dell’Inviolata al proprietario dei luoghi, al tempo Carlo Filippo Todini, ingiungendo la bonifica. “Ecoitalia” si assunse il compito e la discarica si tramutò in “legale”. La seconda, per dimensioni, dopo “Malagrotta”. Talmente capiente da ospitare, per un certo periodo, i rifiuti di oltre 100 comuni della provincia.

Naturalmente, esplicitamente, nessuno l’ha mai difesa (salvo la giunta Psi-Pci Lombardozzi-De Vincenzi). Periodicamente, quando s’apriva il fronte della protesta, la “politica” alzava il dito contro la Regione (la cui responsabilità è un fatto certo, si vadano a vedere gli atti del presidente Bruno Landi o al “taglio” del parco di Francesco Storace o il Tmb a bocca-discarica di Piero Marrazzo), nessun dito sulla subalternità della Città dell’aria (quella nauseabonda che respiravano gli abitanti di Collefiorito o di Marco Simone, dipendeva dal vento). Umberto Ferrucci sindaco (l’attuale dirigente dell’Urbanistica; pro-tempore) sequestrò la discarica per un paio di settimane, il tempo necessario a che il prefetto di Roma minacciasse l’incriminazione per “interruzione di pubblico servizio”. Dietrofront. Più coreografica che altro la “protesta dei sacchi neri” (quelli dell’immondizia) indossati da Adalberto Bertucci e Vittorio Messa.

Le due linee del Tmb

Le due linee del Tmb

Ora, nonostante le ordinanze concordi di Eligio Rubeis, sindaco di Guidonia Montecelio (“In città mai più”), e di Nicola Zingaretti, presidente della giunta regionale, ci risiamo. Perché, “peccato di generosità” o ignoranza del layout, il Tmb non può fare a meno della discarica di servizio. Si sapeva, si diceva, si denunciava (da parte di quelli delle “proteste ottocentesche” come li definì Rubeis). Sgombra definitivamente il campo la conforme dichiarazione dell’ingegner Baruchello – progettista dell’impianto – alla Commissione ambiente consiliare sulla costruzione della settima buca da 500mila tonnellate. Per la quale, stando al gruppo Cerroni – la richiesta è stata avanzata non da “Guidonia Ambiente” ma da “Ecoitalia” –, non occorre neppure il via libera della “conferenza dei servizi”. Qualche (solido) dubbio sulla possibilità che i residui della lavorazione vengano interrati in altre discariche altrove. Oppure si subirà il via vai dei camion dall’Inviolata alle sedi prescelte.

L’altro aspetto, direttamente conseguente all’avvio del Tmb, è rappresentato dalla produzione di combustibile da rifiuti. E dall’utilizzo che vorrà farne Buzzi-Unicem. Nella storia cittadina una compatibilità sostanzialmente parallela a quella della discarica. Ma qui c’è un’alternativa. Non al combustibile. All’Unicem.

La "Buzzi-Unicem"

La “Buzzi-Unicem”

Inutile rincorrere l’azienda sul controllo delle emissioni nell’atmosfera. Un compito necessario, ma quando i camini sbuffano viene naturale chiedersi cosa diffonde e cosa contiene quella notturna coltre bianca. Senza tralasciare o porre in secondo piano le condizioni di quanti abitano nei pressi del cementificio (si chieda dei panni stesi ad asciugare o delle finestre che si è deciso di non aprire benché ne risentano anche i condizionatori d’aria), e di chi, a Montecelio e a Sant’Angelo Romano, per effetto di un particolare microclima, ne respira a pieni polmoni.

Quando Unicem si insediò, non solo Guidonia era un paesino (paragone: il censimento del 1951 contava 12.811 abitanti) ma la conoscenza e la preparazione erano “elementari”. E poi voleva dire “lavoro”. Le condizioni odierne sono tutt’altre. La Buzzi-Unicem è in mezzo alla città. Se ne deve andare. Non si intenda “cacciare” né chiusura, ma contrattazione di modalità e tempi di una delocalizzazione. Aprano un tavolo l’azienda, le istituzioni cittadine e territoriali, le organizzazioni padronali e sindacali, il governo se necessita, e pianifichino il futuro. Che riguarda il cementificio ma ancor prima le persone che vivono qui. hinterland (periodico) lo propose nel 1990. Riparlarne tra 15 anni sarebbe da aneddoto. A meno che non sia tutto previsto, contemplato: si aspetta solo la fine del cemento.