di IVAN MATTEO VERGA
QUANDO CLAUDIO MI HA CHIAMATO, DICENDO: «Dai vengo su, chiudiamo il cerchio», ho pensato che fosse strano perché stavo per chiamarlo io. Per dirgli la stessa identica cosa, per dirgli che nonostante tutto dovevamo starci, stare proprio davanti, sulle transenne, a ricordare Stefano, che non c’è piú e che il 7 ottobre del 1989, a Guidonia, pagò diecimila lire per entrare al Teatro Tenda insieme a me a vedere il suo primo concerto della vita, quello di questa band punk che ci cambiò la vita.
Sì, perché é successo l’impensabile: dopo quarant’anni i Cccp sono tornati dove si erano conosciuti, qui a Berlino. Tre date che all’inizio dovevano essere una ma poi c’è stata una sommossa popolare di protesta.
Salgono sul palco Giovanni Lindo Ferretti, Massimo Zamboni, Annarella Giudici (Benemerita Soubrette), Danilo Fatur (Artista del Popolo) e gli Üstmamò (che dio li benedica). Per i fan nuovi e vecchi (soprattutto) è stato un abbraccio ridato dopo una lunga ed estenuante pausa.
Nel mezzo dell’esibizione, sfortunatamente, Andrea Scanzi, la cui apparizione per le tre date all’«Astra Kulturhaus» era prevista a circa metà dello spettacolo sotto forma di un piccolo monologo che il giornalista aretino non è mai riuscito a portare a termine causa insulti, bicchieri e cartocci atterrati copiosi sul palco.
Alcuni sostengono che Giovanni Lindo Ferretti abbia usato Scanzi come espediente provocatorio, altri che Scanzi, dopo essere diventato un fine conoscitore (ipse dixit) di piedi femminili, tennis, vino, calcio, padel, moto, teatro, cinema e politica, ora abbia anche affinato l’arte della disquisizione musicale.
Lui, poco incline alle critiche, ha tagliato corto in un video su YouTube con i commenti disattivati, nel quale addossa tutta la colpa ai NoVax (?) che a sua detta si sarebbero dati appuntamento su Telegram (?) per venirlo a contestare a Berlino. Effettivamente pare sempre più vera la tesi secondo cui fuori dalla chioccia dello schermo, la vita di alcuni sembra essere molto più difficile di quella vissuta sulla rete.
Parentesi Scanzi a parte, la scaletta è stata un colpo al cuore: “Depressione caspica”, “Morire” e “Oh! Battagliero” i tre pezzi iniziali, un’oggettiva esecuzione musicale di livello ha accompagnato la voce rugginosa di Ferretti nei testi spirituali, devianti, di condanna sociale. Poi “Stati di agitazione” e “Libera me Domine”, “Tu menti”, “Curami” e finalmente “Emilia Paranoica”.
E’ sembrato un infinito e commovente flusso di coscienza politica, passato attraverso le bandiere del vecchio PCI sventolate da Annarella Giudici sul palco, mentre Ferretti a testa china dava a Danilo Fatur lo spazio necessario per inscenare la propria “esecuzione”, tagliandosi la testa con una ghigliottina fai da te.
Non so se i Cccp siano come certi odori, certi sapori che non dimentichi mai. Fatto sta che pare di non averli mai abbandonati, pare siano sempre stati lì, rappresentati dalla faccia affilata di Zamboni che è sempre piú presente, sempre piú sul pezzo, sempre più politico, mai una sbavatura, mai una concessione allo spettacolo. Un principe.
Infine “Amandoti”, sui ricami di Ezio Bonicelli al violino. Una poesia lunga e sofferta, recitata e cantata con il pubblico in sospensione cosmica davanti al passato, alla militanza, alla rappresentazione della propria sopravvivenza politica. Perché nonostante tutto, nonostante ciò che si possa pensare di Ferretti, nonostante il tempo e gli acciacchi, la Meloni e Atreju, tutti sapevano che amare i Cccp è sempre stato un atto di “fatica”, la stessa descritta in quel testo straziante.
Sono tornato a casa con Claudio in silenzio, forse svuotato da questo concerto così totalizzante, con Stefano nel cuore, che avrebbe sicuramente messo in piedi quel ghigno suo per nascondere il velo di commozione per una cosa riuscita bene. Sono tornato a casa con una timida, quasi vergognosa impressione: quella secondo cui alcuni artisti, alcuni momenti storico/musicali, alcuni concerti, non avranno mai una collocazione razionale ma, per sempre, un posto in quella regione del sentimento dove spesso lasciamo riposare le memorie che consideriamo eterne. (foto di Claudio Castrichini)
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