Nel 2017 il “precedente-Rinzivillo”, la mafia nel Centro agroalimentare 

Veduta dell’ingresso del centro-agroalimentare

ERAVAMO NEL 2017. La struttura della banda prevedeva che a Salvatore Rinzivillo facesse capo il “Mof” (l’ortofrutticolo di Fondi), e a Santo Valenti il “Car” (l’agroalimentare di Roma con sede a Guidonia Montecelio). Tappe intermedie di una filiera che avrebbe dovuto collegare il “Maas” di Catania (Mercato agroalimentare Sicilia) alla “Sogemi” di Milano.
In sostanza, non soltanto il possesso delle attività, ma anche (se non soprattutto) la formazione dei prezzi frutta-verdura-pesce per l’intero mercato europeo e non solo. Base operativa di entrambi, Roma. Città di origine, Gela. Non esclusi rapporti con i Madonia e i corleonesi di Totò Riina.

Oggi non si propone la mafia né tantomeno la famiglia  di Salvatore Rinzivillo. Ma non si può certamente sostenere che gli Alvaro, il clan ‘ndranghetista reggino sia di livello diverso o persino inferiore al predecessore. Oltre 70 provvedimenti di custodia cautelare non inducono nessun ottimismo in proposito.
In un altro ottobre (del 2021), la domanda a Fabio Massimo Pallottini, sul perché l’azienda che amministra compare in ogni riepilogo semestrale fornito dalla DIA e/o dalla DDA, sulle attività della criminalità organizzata, ha ottenuto una risposta rassicurante relativamente al contrasto. Problema che evidentemente non è sottovalutato dalla direzione del Car. Che però, visto che fenomeni come quello odierno (o del 2017) continuano a manifestarsi, quanto previsto evidentemente non basta, non è sufficiente. Né il progetto di sviluppo del centro agroalimentare può subire né tantomeno sottostare agli effetti negativi di iniziative da parte di forze criminali. Evidentemente occorre di più.


di TOMMASO VERGA
FUNZIONALI AI FINI DELL’ORGANIZZAZIONE CRIMINALE anche il commercialista e l’impiegato di banca, figure complementari ma indispensabili per una corretta gestione delle attività propriamente dette. Attività che hanno determinato capi d’accusa che vanno dall’associazione mafiosa alla cessione e detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti, estorsione aggravata e detenzione illegale di armi da fuoco, fittizia intestazione di beni, truffa ai danni dello Stato aggravata dalla finalità di agevolare la ‘ndrangheta, riciclaggio aggravato, favoreggiamento aggravato, per concludersi con il concorso esterno in associazione mafiosa.

Ilaria Calò e, sotto, Michele Prestipino, della direzione Investigativa Antimafia di Roma, coordinatori dell’«operazione propaggine»

43 arresti a Roma, 5 ai domiciliari, così come altrettanti dei 34 a Reggio Calabria tra lunedì e ieri. 77 in tutto, a conclusione della prima fase dell’«operazione propaggine» che ha portato Dia e carabinieri a colpire la prima ‘ndrina della capitale, l’originaria si direbbe, espressione di una piano di ampio respiro che intendeva acquisire parti organiche di vasti settori del mercato cittadino – basti pensare alle relazioni con il Car, il Centro agroalimentare romano (in realtà collocato a Guidonia Montecelio) –, una “propaggine” appunto, dipendente dagli Alvaro, mutilata con l’arresto dei due boss al comando, Vincenzo Alvaro, figlio di Nicola, detto ‘u beccausu’, e Antonio Carzo, figlio di Domenico, detto Scarpacotta. Fra gli arrestati, il sindaco di Cosoleto, accusato di voto di scambio.
In manette sono finiti i presunti esponenti di vertice della cosca Alvaro di Sinopoli: Carmelo Alvaro, detto ‘Bin Laden’, Carmine Alvaro, detto ‘u cuvertuni’, ritenuto il capo locale di Sinopoli, e i capi locale di Cosoleto Francesco Alvaro detto ‘ciccio testazza’, Antonio Alvaro detto ‘u massaru’, oltre a Nicola Alvaro e a Domenico Carzo.
Le risultanze investigative che hanno preceduto l’«operazione propaggine», evidenziano come fino al settembre del 2015 non esistesse una “locale” della ‘ndrangheta a Roma. Nell’estate di quell’anno, Carzo avrebbe ricevuto l’autorizzazione dai massimi vertici delle famiglie calabresi per costituire una struttura che operasse nel cuore di Roma secondo le tradizioni della ‘ndrangheta: riti, linguaggi, tipologia di reati tipici della terra d’origine.
L’approfondimento delle indagini ha portato alla constatazione che il gruppo agiva su tutto il territorio capitolino privilegiando la gestione degli investimenti nel settore della ristorazione (locali, bar, ristoranti e supermercati) e nel riciclaggio di ingenti somme di denaro. I due capi della “locale” romana Antonio Carzo e Vincenzo Alvaro limitavano al minimo gli incontri di persona con i vertici calabresi, facendoli coincidere con eventi particolari, quali matrimoni o funerali.
Nello specifico “aziendale”, il fatto che l’organizzazione facesse sistematicamente ricorso ad intestazioni fittizie al fine di schermare la reale titolarità delle attività. Le indagini hanno fatto emergere inoltre che la stessa organizzazione si proponeva anche il fine di commettere delitti contro il patrimonio, contro la vita e l’incolumità individuale e in materia di armi, affermando il controllo egemonico delle attività economiche sul territorio, realizzato anche attraverso accordi con organizzazioni criminose omologhe.
Per poter arrivare all’arresto dei boss e al sequestro delle attività, sono state disposte intercettazioni ambientali dalle quali sono emerse frasi come: “Siamo una carovana pronta a fare la guerra” e “noi a Roma siamo una propaggine di là sotto” (da qui anche il nome scelto «operazione propaggine»).
Secondo quanto ricostruito dalla procura di Roma, la “locale” aveva costituito una società incaricata di ritirare gli olii saturi in tantissimi ristoranti della Capitale, aldilà di quelli “affliati”, obbligati ad accettare gratis, senza denaro in cambio. Gli olii così raccolti venivano consegnati ad una società con sede a Caivano, vicino Napoli. Un sostegno all’economia della “terra dei fuochi” insomma.
Da una prima analisi dei risultati ottenuti dai carabinieri e dalla DDA (la Direzione Distrettuale Antimafia di Roma), verrebbe da interrogarsi sugli obiettivi di lungo termine della cellula ‘ndranghetista capitolina. In particolare sulla probabilità che le strategie fossero dettate da parti dell’organizzazione non rispondenti strettamente alle operazioni descritte ma capaci di disegnare percorsi strategici in grado di implementare con il minor numero di ingombri possibile il raggiungimento dei «fini sociali».
Tra i quali, gli investigatori hanno individuato la particolare attenzione prestata dalla “locale” cosca ‘ndranghetista al mercato del pesce. Tre società, al momento, si sono fatte notare per la relazione organica con il Car, tutte e tre con il pesce “materia prima” del commercio in proprio e dell’attività verso terzi.
Infine, tra i locali incriminati (l’elenco è tuttora incompleto) ci sarebbero I Templari srl, via Pasquale Alecce 35; La Panforno srls, via Selinunte (Bar alla 49°); Euroma Food, ancora in via Selinunte; Bar pasticceria gelateria Iside e L’Oasi Dolciaria, via Siria 14; Fish Roma srl, via Palombarese, Fonte Nuova; Cala Roma srl (in liquidazione), via Tenuta del Cavaliere; Pizzeria ristorante Binario 96, via Nocera Umbra 96; Bar Pedone, via Ponzio Cominio 47; Gran Caffè Cellini, piazza Alfonso Capecelatro 15; Zio Melo, via Marco Papio 33; pescheria Mustafish, via Montello 34. © RIPRODUZIONE RISERVATA